I chiodi nella croce

 Da piccolo avevo un segreto.


Il mercoledì delle Ceneri prendevo un foglio, disegnavo una croce con Gesù — bruttissima, figurarsi, già oggi disegno da cani — e ogni volta che facevo una monelleria aggiungevo un chiodo con la matita. Ogni volta che facevo qualcosa di buono, ne cancellavo uno.
L'obiettivo era farlo scendere dalla croce prima di Pasqua.
Nessuno me lo aveva insegnato. Era mio e basta.
A volte quel Gesù sembrava un riccio di tanti chiodi che aveva. Altre volte scendeva dalla croce in anticipo e io mi sentivo il bambino più contento del mondo.
Da grande ho perso quella abitudine. Ho perso il gusto del fioretto, la voglia di togliere chiodi.
O almeno così pensavo.
Qualche anno fa una persona importante per me si impegnò a non fumare per tutta la Quaresima. Mi fece tornare quella voglia antica. Io non fumavo, ma promisi qualcosa che mi pesava davvero: rinunciare alla tecnologia. Alla fine lo feci solo per i venerdì, vigliaccamente. Ma fu bello lo stesso.
Ritrovai il gusto di portare qualcosa a compimento.
Però oggi mi rendo conto che mi manca ancora la parte più bella: non solo togliere qualcosa, ma aggiungere qualcosa di buono. I Dieci Comandamenti dicono "non fare". Gesù invece ha detto "fa'". Ama. Vai. Dona.
Da piccolo lo sapevo già: non mi bastava evitare i chiodi. Volevo toglierli.
Come ha fatto Agata. Lei non si è limitata a non sbagliare. Ha scelto. Ha fatto. Ha tolto chiodi uno ad uno, fino all'ultimo. Con le mani, con il corpo, con l'anima intera.
Stasera voglio riprendere in mano quel foglio bianco. Ridisegnare Gesù — sempre brutto, sempre mio. E provare, un giorno alla volta, a togliergli almeno un chiodo.
Agata, tienimi la mano.

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